18 Maggio 2005

Chi ci difenderà dalle minacce alla pace mondiale?

Team America World Police

Trey Parker e Matt Stone, le due menti responsabili di South Park, affrontano a modo loro (ovvero irriverenza e oltraggio) le scottanti tematiche del terrorismo, dei fragili equilibri della pace mondiale e... delle logiche del blockbuster. Il loro film, infatti, è in tutto e per tutto un' "americanata" hollywoodiana alla Jerry Bruckeimer. La differenza? Qui i protagonisti sono marionette, e sicuramente più espressive degli attori che di solito bazzicano il genere. Questa precisa scelta, sentito omaggio alla mitica serie televisiva dei Thunderbirds, testimonia anche la volontà degli autori di sottolineare come tutti sulla scena politica mondiale siano in realtà dei burattini... senza che si scopra mai chi è che ne tira le fila.



E a partire da questo, ce n'è per tutti i gusti (e schieramenti): fin dal titolo si capisce la critica al sistema statunitense, autoelettosi "polizia mondiale" e che in realtà porta ancora più distruzione del dovuto. I terroristi sono delle macchiette stereotipate, senza motivazioni che li muovano se non un cieco odio, le star di Hollywood dei fantocci che pur di difendere un idealismo liberal si alleano con un dittatore, l'ONU un organismo inutile e senza alcun potere.



Si prendono in giro le fissazioni sulle armi di distruzione di massa, le fobie sulle multinazionali, il pacifismo esasperato, e allo stesso tempo si gioca al massacro con lo stereotipo dell'eroismo yankee. Cos'è il Team America? Un gruppo di cinque elementi che va in giro a radere al suolo paesi in nome della pace, con i loro mezzi dipinti a stelle e strisce, che ha la base dentro il Monte Rushmore con mobile-bar e biliardo! Senza contare che i nostri eroi sono un giocatore di footbal, un ribelle scontroso, una sensitiva (?) ed una psicologa che dice solo banalità da film, e dulcis in fundo un attore teatrale (con due lauree) che si improvvisa spia.



Questi baldi giovani dovranno affrontare, oltre ad i terroristi, l'opinione mondiale che tende a condannare le loro azioni, e la Film Actors Guild (F.A.G., in inglese "checca") guidata dal prode Alec Baldwin (definito il più grande attore del mondo...).
E proprio sulle star del cinema i due autori non hanno lesinato colpi bassi, presentandoci uno Sean Penn delirante che parla dell'Iraq pre-liberazione come un paradiso, Tim Robbins ossessionato dalle corporations, Michael Moore che per scagliarsi contro i "fascisti" gli fa saltare in aria la base, per arrivarere a Matt Damon ritardato che sa solo ripetere il suo nome (non so come gli sia venuta, ma è una cosa veramente esilarante).



E su tutto incombe la minaccia del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il che sta mettendo a punto un piano diabolico... come andrà a finire? Lo scoprirete soltanto vedendovi questa pirotecnica follia, ammesso che riusciate a sopravvivere a situazioni politicamente scorrette, turpiloquio (magnifico il monologo finale), scene di sesso esplicito e perverso, violenze assortite, conati di vomito che neanche L'Esorcista e i Monty Python.
Ah, le canzoni che accompagnano la pellicola sono come al solito uno spasso... dal main theme "America, fuck, yeah" con relative variazioni a tutte quelle che esprimono gli stati d'animo dei protagonisti ("Mi manchi come manca a Ben Affleck una scuola di recitazione")
In definitiva, un film da vedere per chi ha stomaco e senso dell'umorismo deviato abbastanza da trovare da ridere su tutto, con l'unica pecca che forse tutti gli spunti finiscono per eccedere in un sovraccarico che rende tutto più innocuo di quanto voleva essere. Ma non si può che lodare l'iniziativa di due ragazzi che sanno giocare e dissacrare i generi e mettere alla berlina le ipocrisie mondiali. Fuck yeah!



Touch
 
08 Maggio 2005

Compassione per il "signor Vendetta"

di Chan-wook Park

Non è un caso che il titolo del film precedente dell'autore sia perfetto anche per la qui presente opera...

Com'è essere strappati dalla propria esistenza?
Quindici anni chiusi in una stanza in balia del niente?
Del Niente che rende il televisore istruttivo
unico mezzo di contatto con quello che là fuori chiamano vita?



E da libero
com'è provare l'urgenza di sapere
i chi ed i perchè?
Sentirsi una bestia
iniziare una spirale di morte
mentre si re-inizia a vivere.
Sei pilotato?
Ingannato?
Estromesso dalla naturale facoltà di scelta?



Puoi davvero sperare che il semplice sfogo della tua rabbia sia il semplice antidoto a qualcosa che senti sovrastarti, oscuro e inspiegabile?



Niente è così semplice, niente è troppo complicato.
Un granello di sabbia nel tuo passato
ha fatto collassare gli ingranaggi del presente
e ti ha quasi negato un futuro.
Puoi davvero reclamare una vita? Ne hai diritto?
Puoi davvero sfuggire a chi ti manipola?
E come finirà?



Puoi contare sull'aiuto di qualcuno?
Sai davvero abbastanza sul suo conto?
E sul tuo?
Puoi controllare il precipitare degli eventi?
Calcolare le pesanti conseguenze delle tue azioni?




Come finirà?



Vedetelo. In qualsiasi modo. A qualsiasi costo.
C'è dentro quello che vorremmo fosse ancora il cinema.
Emozione.
 
02 Maggio 2005

Walk down the right back alley in Sin City... and you can find anything

SIN CITYRobert Rodriguez & Frank Miller


Tanti anni fa, poco prima che il Batman di Tim Burton approdasse nei cinema, il fratello maggiore di un mio amico d’infanzia mi mostrò un pesante volume intitolato THE DARK KNIGHT RETURNS. Oggi quel fumetto è stabilmente nelle classifiche dei capolavori di ogni tempo e contribuì alla rinascita editoriale dell’uomo pipistrello, oltre che dimostrare la maturità raggiunta dall’arte delle nuvole parlanti. Da buon appassionato di comics americani, il ragazzo se l’era procurato in lingua originale e ne andava fiero. Vedendo che non ero a digiuno della materia, mi illustrò tutta la storia e poi me lo lasciò sfogliare da solo…
Da lì nacque il mio amore per Frank Miller e l’interesse per tutta la nuova generazione di autori di fumetti, gente che con entusiasmo e idee nuove aveva portato ad uno sviluppo consapevole e critico i personaggi classici ed aveva creato nuovi miti al passo coi tempi.



Sin City iniziò per l’autore come un divertimento estemporaneo, un omaggio alla cultura del noir aggiornata agli anni ’90… e per di più disegnata in uno scintillante, spigoloso ed espressionista bianco e nero senza mezze tinte e sfumature. Lo status di cult era ad un passo, e le storie seguenti non fecero che confermare il successo di quest’opera innovativa e classica al tempo stesso.
E’ pur vero che con l’andare del tempo le storie si sono fatte ripetitive e monotone (prendiamo l’ultimo volume, Hell and back, incredibilmente noioso e stucchevole), ma i primi volumi sono e rimarranno capisaldi dell’arte del fumetto.



Oggi l’opera è approdata nella sale di tutto il mondo grazie al trend degli adattamenti fumettistici in voga da qualche anno. Considerati i nomi dei filmaker in gioco, Rodriguez, Miller stesso e in piccola parte Tarantino (un nome che fa sempre bene al botteghino, tanto che lo appiccicano ovunque – ma questa è un’altra storia…), per non parlare del cast ultrastellare chiamato ad interpretare i personaggi, l’aspettativa che si è creata attorno a questa pellicola è stata enorme, tanto che in America tutti i volumi del fumetto sono andati esauriti poco tempo dopo l’annuncio della produzione (e si prevedono innumerevoli ristampe…)



Con l’ausilio della computer grafica e del blue screen, Rodriguez & Co. hanno calato gli attori nelle tavole del fumetto, e la prima cosa a saltare agli occhi è la stretta aderenza delle inquadrature al taglio delle vignette originali. Posizioni, movimenti, luci sono ricalcati maniacalmente sul modello, che già da solo funziona come sceneggiatura e storyboard.
Le tre storie realizzate nella trasposizione sono l’originale “SinCity” (adesso re-intitolata “The hard goodbye”), “That yellow bastard” e “The big fat kill”.
Nella prima il picchiatore di strada dal cuore d’oro Marv cerca di vendicare la morte di una ragazza uccisa dopo aver passato la notte con lui, nella seconda l’integerrimo poliziotto Hartigan dovrà vedersela con il depravato figlio di un Senatore per salvare una bambina, nell’ultima l’ex killer Dwight sarà in lotta contro il tempo per scongiurare un maledetto imbroglio che costerebbe la vita alla donna che ama… Nel mezzo teste mozzate, cannibalismo, corruzione, smembramenti, cecchini, prostitute guerriere, esplosioni, impiccagioni e chi più ne ha più ne metta.



Mettendola così sembra di dover assistere ad un gratuito campionario di assurdità e violenze senza senso, ma quello che rende l’opera di Miller unica è la capacità di creare una atmosfera perfettamente credibile all’interno del microcosmo narrativo. Così Basin City, teatro delle vicende, diventa la città senza legge e ordine, l’apoteosi di tutte le città americane che abbiamo sempre letto nei romanzi noir, la summa del peccato e della depravazione, dove ognuno ha un prezzo e la Legge è al servizio del più forte (o facoltoso). L’autore ci ha regalato personaggi memorabili, gli stessi che da piccoli ammiravamo… uomini tutti d’un pezzo, dalla battuta pronta, carismatici e indistruttibili. O quasi: ognuno di loro subisce una infinità di pestaggi, violenze e ingiustizie, viene attraversato da dubbi e spesso da paure. Nessuno di loro è bidimensionale, e poco importa se lo sono i personaggi di contorno… in fondo il genere vive anche e soprattutto di stereotipi, e l’omaggio di Miller riflette in pieno anche questo aspetto.



Parlare del fumetto è come parlare del film, perché in effetti l’aderenza è pressoché totale. In questo senso credo sia inutile stare qui ad elencare quali parti siano state tolte o modificate (ben poche per la verità), visto che è già stato annunciato che nel DVD le tre storie saranno presentate nella loro interezza. Vorrei piuttosto sottolineare come la scelta di utilizzare molti attori di richiamo non si è rivelata controproducente come alcuni temevano, anzi, risulta piuttosto curiosa anche perché sono tutti strettamente corrispondenti al modello fumettistico. I tre protagonisti sono perfettamente calati nella parte: in ordine squisitamente personale di bravura metto l’inarrivabile Mickey Rourke, che E’ Marv in tutto e per tutto (roba da piangere dalla gioia), Bruce Willis che è un efficace e roccioso Hartigan e poi Clive Owen, a cui tocca sostenere la parte del tenebroso Dwight, e lo fa con il giusto equilibrio fra coolness e insicurezza. Il resto del cast si comporta egregiamente, da Michael Madsen a Jessica Alba (senza contare la strepitosa apparizione di Rutger Hauer).
Come avrete capito, aver letto il fumetto significa godere il quadruplo davanti alla pellicola, e per di più se si è appassionati non si può che esaltare l’ottimo lavoro svolto da Rodriguez, come al solito factotum. Da ogni angolo del film traspare la passione del giovane regista per la materia, e questo gioca indubbiamente a suo favore. Di contro, chi è a digiuno totale dell’opera originale potrebbe rimanere spiazzato e forse pure contrariato dal tono generale, ma questi sono problemi che stanno alla base.

La cosa importante da rilevare è che, una volta tanto, lo spirito di un fumetto non è stato snaturato né edulcorato, ma trasposto fedelmente (non in maniera diligente e incolore).

Touch
 
14 Aprile 2005

Eccessivo, violento, noir... dal fumetto

SIN CITY



Uscito da poco in America (da noi dovrebbe arrivare verso la fine di maggio) sta andando molto bene al box office e sembra che la qualità del film sia a livello delle aspettative.

Qualche recensione:

Ain't it cool

Rotten Tomatoes

Primi commenti su Internet Movie Database

Aspettiamo trepidanti...

 
12 Marzo 2005

What's it all about?

ALFIE
Ben poco, a quanto pare



Remake americano (ma va?) della vicenda già portata sullo schermo da Lewis Gilbert con Michael Caine predatore nella Swinging London, ci rende partecipi delle vicissitudini di Alfie, il classico seduttore.
Quello che, cinematograficamente parlando, abbiamo imparato a conoscere da decine di film imperniati sulla figura di bellimbusti stilosi e narcisi, frivoli, superficiali ed anche un po' banalotti che alla fine vengono puniti per la loro superbia e vacuità.
Credete che questa pellicola riesca a dire qualcosa di nuovo?
Che riesca a dirlo in un modo originale?
La risposta è no ad entrambe le domande.
Di derivazione teatrale (e si sente), dove gli a-parte vengono sostituiti da ruffiani sguardi in macchina e frasette complici allo spettatore, il film di Shyer non solo ci mette di fronte al classico schema del ribaltamento senza aggiungere niente di personale, ma lo fa pure in modo così didascalico e pesante da rendere veramente ardua l'impresa di arrivare fino in fondo alla visione.
Non c'è niente di peggio della prevedibilità - ed allora perchè devo sorbirmi un'ora di film dove accade esattamente tutto ciò che ci si aspetta? La prima parte articolata e scanzonata lascia ben sperare, ma tutte le buone premesse cadono nella fretta di una logica del contrappasso francamente risaputa.



In fondo Alfie fa solo quello che gli riesce meglio: soddisfare il proprio ego. E proprio lui che non dimostra sentimenti alla fine ne rimane inevitabilmente vittima, rendendosi conto che è troppo tardi. Ma davvero servirà a cambiarlo? O sarà solo una sfortunata sequenza di eventi passeggera? Il suo monologhino finale, così trito e consolatorio ("Se non hai la pace dell'anima non hai niente") cosa dovrebbe portarci a pensare?
Personaggio che ha ben poche attrattive al di là dell'aspetto (che - come ricorda la zia - non è tutto) Alfie non ha niente da insegnare con le parole con le quali ci inonda, ma piuttosto con le azioni. E' un tipo che misura la sua felicità dal livello di noncuranza con cui si rovina la scarpe di Prada, che pensa alla morte solo quando la sfiora da vicino, che rifiuta le emozioni ma adora i bambini, che crede di risolvere i problemi del suo migliore amico scopandogli la ragazza, che butta all'aria un rapporto appena intravede i difetti della partner e le difficoltà della convivenza quotidiana, che se deve darti un consiglio ti dice che per riconquistare una donna ci vogliono fiori, cioccolatini e poesie.
Ma poi con aria da cagnetto bastonato si lamenta che appena mostra il fianco, le donne lo abbattono.
Che dite, vale la pena di provare un po' di pietà?



Jude Law, col suo sorriso tanto irresistibile quanto insopportabile, sostiene bene la parte del protagonista, sorretto da un reparto femminile incantevole, comprendente Marisa Tomei, Jane Krakowski, Nia Long, Sienna Miller e Susan Sarandon.
Ognuna di loro rappresenta una tipologia diversa di donna, nell'ordine: la dolce e sensibile mammina da sfruttare come rifugio semi-stabile, l'avventura che perde gusto dopo un paio di volte, l'errore che fa malissimo, la ragazza ideale con cui metter su una storia tanto per non passare da solo le feste, la matura mangiatrice di uomini (e c'è da dire che la Sarandon i suoi anni li porta decisamente benone).
In un film tanto incentrato sul suo narciso protagonista, è ovvio che le altre figure maschili non abbiano rilevanza e si riducano a livello di macchiette o quasi; unica eccezione il personaggio di Omar Epps, poco sviluppato ma incisivo, che rappresenta l'anti-Alfie per eccellenza, disposto per amore al sacrificio.



E allora, in fondo, "cos'è che andiamo cercando"?
La rassicurante morale che la felicità non si trova saltando di letto in letto?
La giusta punizione per chi gioca col cuore della gente?
Un monito su come prendersi le proprie responsabilità e pensare alle conseguenze?
Beh, qualunque cosa sia, sicuramente funzionava meglio nel 1966 (data dell'uscita della pellicola originale) che non oggi. Non dubito che a qualcuno possa anche servire questa lezioncina di vita, ma di certo non si può perdonare ad un film stilisticamente confezionato in maniera ottima di essere tanto povero di idee e di coraggio nel proporre almeno un'ottica meno scontata.
Proprio come nella descrizione del rapporto di Alfie con Nikki, dove i momenti felici sono immortalati in istantanee che sembrano un servizio fotografico da rivista patinata, l'impressione è di una vitalità inerte e destinata a rimanere niente più che un insieme di belle immagini.



Touch
 
28 Febbraio 2005

C'era una volta "Se mi lasci ti cancello"... ma a noi siamo puristi

Eternal Sunshine of the Spotless Mind
Smacchiatori onnipotenti


Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) vivono un’intensa storia d’amore. Quando cominciano i primi problemi di coppia, lei fa cancellare dalla sua mente tutto ciò che riguarda l’amato. Nel momento in cui Joel realizza ciò che Clementine ha fatto decide di sottoporsi allo stesso trattamento, ma all’ultimo momento cambia idea e intraprende un viaggio all’interno della sua memoria, per cercare di non perdere i ricordi e salvare la compagna dall’inevitabile cancellazione.



Tutti coloro che si sono recati al cinema per ritrovare il solito Jim Carrey hanno ricevuto una bella sorpresa. La sua abilità drammatica era già trapelata in alcune pellicole, ma questa le supera tutte.
L’errore che si commette più spesso è quello di imprigionare un attore nel ruolo che l’ha reso celebre, in tanti casi si rivela il peggiore.
La capacità d’interpretazione, la mimica facciale e la completa fusione con il personaggio, timido quasi all’inverosimile, solitario e depresso, rendono Carrey assolutamente credibile e piacevole.
Kate Winslet ha da qualche tempo cambiato genere e la maturazione è certamente avvenuta, seppur il personaggio non sia particolarmente enigmatico, grazie alle nevrosi, agli sbalzi d’umore e alle tinte.
Particolare attenzione va anche rivolta ad Elijah Wood, uno dei tecnici ladri di ricordi, all’occasione, goffo scippatore d’identità.



La regia, la fotografia, la sceneggiatura particolarmente intricata e confusa, sono sicuramente punti di forza, che rendono la “gara all’acchiappa-ricordo”dinamica e divertente. La noia non sopraggiunge quasi mai, se non si è predisposti o se si è allergici alle storie contorte a sfondo sentimentale.
L’idea di una mente “spotless”, ovvero senza macchie, senza pensieri dolorosi e ricordi bui è il sogno di tutti. Più che al dimenticare qualcosa e a schermarsi nei confronti della delusione, in questo film si tende ad analizzare lo sbaglio fatale, a ricordare i comportamenti e decidere se siano stati corretti o se su alcune cose, invece di accanirsi, sarebbe stato meglio soprassedere.



Anche il desiderio di tornare indietro e fare tutto in modo diverso è piuttosto comune. Ed ecco cos’è questa pellicola: l’analisi delle seconde possibilità. Possono avere un finale piacevole o no, da un lato possono essere utili per consolidare un rapporto e comunicare, dall’altro si limitano a distruggere, ma mantengono viva la speranza che qualcosa possa realmente cambiare.
I ricordi hanno una forza che spesso si tende ad ignorare,che siano positivi o no, volerli cancellare non è proprio la scelta giusta.



Ava G.
 
26 Febbraio 2005

Mai sottovalutare...

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE



Decisamente il film italiano più interessante del 2004, scritto e diretto dal giovane Paolo Sorrentino (L'uomo in più).
Assolutamente da recuperare in DVD se si è perso sul grande schermo, per avere testimonianza che il cinema di casa nostra non è tutto trentenni in crisi, Accorsi e commedie di natale, ma anche capace di sfornare lavori interessanti e controcorrente.
Questa pellicola, dall'atmosfera avvolgente e straniante, raccontata con cadenza rarefatta, racchiude in sè moltissimi punti di interesse. Ottimi attori, con in testa un Toni Servillo indescrivibile, movimenti di macchina che esprimono finalmente un'idea di cinema che non sia sempre dominato dal solito piattume, montaggio frammentato e colonna sonora deliziosamente "fuori contesto". Un saggio di come anche da spunti semplici si possano cavare racconti formalmente affascinanti e per nulla convenzionali.
Una scheggia di cinema decisamente non per tutti, ma che saprà regalare a chi è in cerca di qualcosa di diverso molte soddisfazioni.

Touch
 
05 Febbraio 2005

Il Gigante dalle ali d'argilla

THE AVIATOR di Martin Scorsese



Quello che alla fine rimane di un film come The Aviator, spiace dirlo, è la fastidiosa sensazione di una somma che non è all'altezza degli addendi. Guardando i nomi in gioco e le singole componenti sullo schermo non si capisce come arrivati alla fine ci si senta preda di un senso di incompiutezza, un retrogusto di insoddisfazione difficilmente esprimibile.



Perchè da una serie di elementi praticamente perfetti - storia ricca ed interessante, ricostruzione d'epoca precisa, costumi e scenografie magnifici, scene di volo mozzafiato - non nasce un'emozione e non si trasmette quella passione che dovrebbe essere alla base della pellicola? La vita di Hughes è stata sì avventurosa, tormentata e piena di donne, ma agli occhi dello spettatore tutto questo è presentato in maniera decisamente troppo elencativa, complice un montaggio che inficia non poco il ritmo del racconto, rendendolo macchinoso e pesante in alcune parti e superficiale in altre (cosa assurda parlando di un film che sfiora le tre ore). I momenti migliori sono sicuramente quelli riguardanti la lavorazione di Hell's Angels e la relazione del protagonista con Katherine Hepburn, entrambi situati nel primo tempo della pellicola, non a caso di gran lunga superiore al secondo.



Il resto degli episodi oscilla tra un poco approfondito svolgimento (la presenza di Ava Gardner) ad un prolisso sviluppo (la lotta con la PanAm e le udienze pubbliche) ad un modo di presentare gli eventi assolutamente didascalico (la malattia mentale). Al di là di questo, troppe vicende e personaggi in questa storia sono semplici comparse senza un minimo accenno di sviluppo e di personalità: problemi che sorgono a livello di sceneggiatura, essendo il film registicamente diligente (se dietro la macchina da presa ci fosse stato Ron Howard vi sareste sorpresi?), lontano anni luce dallo stile personale di Scorsese. Ed anche questo non sorprende affatto, essendo Aviator una pellicola nata "da Oscar" e da questo destino segnata. Percorrere il non facile territorio dei film biografici è riuscito a pochi ed ha fatto premiare molti, spesso senza merito (anche se è difficile parlare di meriti in una cerimonia come gli Oscar...).



Degne di nota tutte le performance degli attori, in primis Leonardo Dicaprio che si è messo d'impegno per risultare credibile e riuscendoci in gran parte della storia (un po' meno nei momenti di follia, effettivamente non molto convincenti - ma non solo a causa sua). Sorprendente Cate Blanchett nei panni della Hepburn, forse il personaggio meglio delineato e sfaccettato. Gli altri non hanno molto spazio vitale e fra loro risalta certamente Alan Alda nei panni del Senatore Brewster, seguito dalla fugace apparizione di Jude Law come Errol Flynn (e fortunatamente Gwen Stefani compare solo per un minuto).



The Aviator rimane un grande film sulla vita di un grande personaggio, affascinante anche se appesantito dai suoi difetti. Come tutti i colossi pecca in presunzione, credendo di poter piacere ed avere successo mediante la messa in scena di eventi "più grandi della vita stessa", rimandendone irrimediabilmente travolto. Spesso perdendo di vista quello che dovrebbe mettere a nudo per svolgere veramente il suo compito finale. L'anima.



Touch
 
04 Febbraio 2005

Hai scaricato la suoneria della morte?

THE CALL - non rispondere di Takashi Miike

La Dolmen fa uscire in DVD questo film trattandolo in maniera dignitosa, con le colonne audio ben definite, un'immagine leggermente luminosa e un buon numero di contenuti speciali che non fanno mai male.
Il rutilante Takashi Miike scompare nel cimentarsi con il genere sovrannaturale che imperversa da un po' di anni a questa parte, senza apportare alcuna innovazione nè allo stile nè ai contenuti - cosa alquanto strana da parte sua. La cosa esecrabile è il fatto che questo sia il primo (e speriamo non l'unico) dei suoi film ad essere arrivato nel nostro paese, e purtroppo proprio uno di quelli girati su commissione per esigenze puramente "di cassa".



Sicuramente meglio di altri oriental-horror similari, come l'orrendo Phone, resta comunque al di sotto dei prototipi Ring e Dark Water, e pure di una buona fetta dell'opera omnia di un regista come Kiyoshi Kurosawa (pressochè sconosciuto da noi, altra cosa terribile).
Le cose migliori del film sono certamente l'accortezza della messa in scena e dei movimenti di macchina, oltre ad alcune intuizioni in fase di sceneggiatura che non fanno precipitare il tutto nella sagra del già visto e del "dimenticatoio istantaneo". Purtroppo la tensione risente di alti e bassi piuttosto sensibili - da segnalare a tal proposito la sequenza dell'ospedale abbandonato, tanto efficace nella prima parte quanto debole nella seconda. In effetti quando l'orrore è evocato solo da sfocature, effetti sonori, dettagli inquietanti tutto funziona decisamente meglio, e questo è una caratteristica di quasi tutte le pellicole di questo genere. Da Sadako in avanti, i traumi e le apparizioni si sono fatte uguali e ripetitive, perdendo sicuramente efficacia.



Questo significa che anche se il film in fondo il suo onesto lavoro lo svolge - ci fa saltare sulla poltrona - arrivati alla fine ci si chiede che senso abbiano decine di film basati esattamente su stesse meccaniche, stesso sviluppo, stesso scioglimento e quasi identico "spirito malvagio". Nelle interviste Miike ha dichiarato che il filo conduttore fra questo e gli altri suoi lavori consiste nel mostrare come si sia sempre soli di fronte alla morte. Su questo non c'è dubbio e gliene diamo atto, ma la domanda che lui stesso pone "Che senso ha vedere un film solo per spaventarsi?" gliela giriamo a nostra volta aspettando risposte.



Nel frattempo consigliamo caldamente a tutti di vedere qualsiasi altro film che il prolifico autore ha sfornato dal 1995 ad oggi.

Touch
 
01 Febbraio 2005

Oscar 2005

Qualche previsione?
 
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