01 Febbraio 2005

Spietato e implacabile



Gli esterni aerei di Boston, a volo d’uccello oltre il Mystic River, e poi giù a capofitto nel cuore nero dell’animo umano, cuore di Clint che non è mai stato così tenebroso, tormentato, angosciato. Noir arcaico, archetipico. Tragedia classica, senza fantasmi, bensì non-morti che vagano nella notte, i “vampires” di John Carpenter che s’intravedono, bagliori di un attimo, sullo schermo del televisore.



Sono i tre protagonisti Jimmy Markum (Sean Penn), Dave Boyle (Tim Robbins) e Sean Devine (Kevin Bacon) cresciuti insieme in un quartiere operaio di Boston. Tre vite interrotte, nell’infanzia violata, trauma incancellabile che rimane come una cicatrice nel cemento/carne della città matrigna, tre nomi indelebilmente incisi nel marciapiede, “Jimmy, Sean, Da...” il terzo nome, l’incompleto, a segnare lo strazio che non si può ignorare dimenticare cancellare. Peccato originale di un’America ancora una volta mondo tutt’altro che perfetto. Venticinque anni dopo l’orrore che ha cambiato per sempre i loro destini, i tre si ritrovano uniti da un altro terribile evento, l’omicidio della figlia di Jimmy. Il caso è assegnato a Sean, che nel frattempo è diventato poliziotto, che deve riuscire ad arrivare prima di Jimmy divorato dall’ansia di scovare l’assassino.



Il film ha la falsa andatura del “police procedural” ma l’indagine è traccia secondaria, inefficace, sebbene devastante negli sviluppi, di quello che è soprattutto una tragedia della quotidianità. Stregato dal romanzo di Dennis Lehane, Clint Eastwood – quasi un nome collettivo a racchiudere un manipolo di straordinari professionisti – affida la sceneggiatura al giovane ma collaudato Brian Helgeland (Debito di sangue con Clint e premio Oscar per L.A. Confidential), che ricambia la fiducia con uno script scavato nella roccia. La fedeltà al libro inizia con la fedeltà ai luoghi narrati. Lo spazio è quello reale di Boston, con le sue strade, i suoi parchi, il suo fiume, i negozi e le case, e magari anche la luce, livida come ci possiamo immaginare livida la luce di Boston. Tutto con un occhio documentaristico sulla città, e sugli interni, perfettamente ricostruiti in studio dallo scenografo Henry Bumstead (Oscar per Il buio oltre la siepe e La stangata e nomination per Gli spietati), o in quei momenti, come la sfilata del 4 luglio, dove le immagini eccedono la narrazione, grazie al direttore della fotografia Tom Stern (la sesta volta con Eastwood).



La materia è bruta, ruvida, recalcitrante, da impastare a mani nude, con la forza del dolore, della disperazione esistenziale. E Eastwood da sempre non fa che rimboccarsi le maniche, e caricarsi sulle spalle pesi sovrumani, il fardello della propria esistenza, il rimosso di un’intera nazione. Cinema d’azione. Cinema/azione. Azione trattata in modo da risultare difficoltosa, faticosa – più un lavoro fisico. Cinema al lavoro. Le immagini vibrano sotto il peso della colpa, del passato mai rimosso, mai dimenticato. Passato cinematografico, Ford e Hawks. Soprattutto il secondo, il cui cinema si affidava alla concezione che bisogna fare bene il proprio lavoro senza porsi domande sulle motivazioni profonde.



I personaggi di Eastwood sono i pistoleri di Hawks, hanno ideali di giustizia, sono fedeli fino in fondo alle proprie scelte. Quello che viene meno rispetto a Hawks è una concezione americana e virile dell’esistenza, ovvero c’è ancora ma come fantasma, come condanna.
Eastwood dirige con una implacabilità sofferta, che fa male, che ha il respiro della classicità fatta di campi e controcampi inesorabili, primi piani che attraverso i volti affondano nell’animo dei protagonisti, e montaggio alternato, asfissiante, che incrocia i destini dei personaggi facendo del decoupage un elemento fatidico, grazie anche al montaggio incisivo di Joel Cox che da anni collabora con Eastwood (Oscar per Gli spietati). La macchina da presa sempre minacciosamente bassa, un metro e mezzo al suolo, per poi impennarsi lungo scale sempre troppo ripide, o immergersi in luoghi di orrore e dolore, la fossa del ritrovamento, lo scantinato-prigione. Nessun virtuosismo registico, nessuna mania di autorialità senza un’idea di cinema filmando tanto per filmare. Eastwood sbalordisce senza bisogno di strabiliare ad ogni costo. Il suo cinema è solido radicale estremo catartico risolutivo nel bene e nel male.

Mau
 
11 Gennaio 2005

La vita è un incubo?

L'UOMO SENZA SONNO

Dopo l'inaspettata (e piacevole) sorpresa di Session 9 c'era molto curiosità e interesse nei confronti della nuova creatura di Brad Anderson, accresciuta anche dalla presenza come protagonista dell'affascinante Christian Bale (che molti ricorderanno principalmente per il tuttosommato mediocre American Psycho), per l'occasione sottoposto ad una durissima preparazione fisica che lo ha costretto a dimagrire di circa 30 chili per le riprese del film.



Carni magrissime, a tratti raccapriccianti, lineamenti scavati e nervi a fior di pelle caratterizzano infatti Trevor, il personaggio interpretato da Bale, un operaio che da ormai troppo tempo non riesce più a dormire e che si trova pian piano coinvolto in una fitta trama di eventi e strane coincidenze, tanto da perdere progressivamente il confine che separa reale e immaginario. Viene in mente immediatamente lo Spider di Cronenberg (anche se Fiennes rimane su un livello nettamente superiore), ma L'uomo senza sonno presenta molti punti di contatto con altri celebri film, come Memento (la struttura a incastro, pur senza particolari giochi temporali, se non qualche flashback), Fight Club (il conflitto interiore del personaggio) e un po' tutta l'opera di Lynch, con questa pesante e opprimente sensazione da incubo perenne, mai silenzioso, sempre in agguato.



Session 9 presentava già una situazione tesa, intensa, claustrofobica sia a livello ambientale (il famoso manicomio) che psicologico, sfociando però a tratti verso tentativi ed allusioni di stampo paranormale (anche se solo in apparenza): L'uomo senza sonno mostra l'autodisintegrarsi di un uomo a pezzi, un uomo morso dai sensi di colpa, un "macchinista" che ogni giorno sposta e comanda leve dei macchinari della fabbrica tentando in cuor suo di far funzionare gli ingranaggi ormai pericolasamente sull'orlo del baratro della sua mente.
Niente di nuovo, anzi una storia forse banale, sicuramente semplice ma efficace, perchè resa con personalità da un regista che sa bene come dosare tensione, angoscia, inquietudine, giocando con lo spettatore, portandolo a tratti allo sfinimento; ci si aspetta prima o poi un colpo di scena, qualcosa che sciolga tutti i dubbi e le continue contraddizioni che nascono nella mente di Trevor ma Anderson riesce a gestire tutto questo in un modo più dosato, calibrato, più per sottrazione che per addizione, facendoci lentamente entrare nella testa del suo protagonista.



Non mancano sequenze forti, particolarmente intense, come l'infortunio sul posto di lavoro o lo splendido giro nel tunnel dei divertimenti del luna park, ormai un classico di certo cinema di tensione (viene in mente il recente e grandioso House of 1000 corpses di Rob Zombie ), qui reso con una torbida progressione attraverso gli incubi, le ossessioni e i tabù di ogni giorno; bellissima la fotografia di tutto il film, che riesce perfettamente a rendere visibile al pubblico lo stato di disgregazione/disperazione del protagonista, con luci opache, sporche e minacciose.
In definitiva un ottimo film che, come già detto, non è assolutamente qualcosa di originale, anzi, deve parecchio ai nomi già citati (e ce ne sarebbero sicuramente altri) ma che comunque presenta il marchio personale di un regista che sicuramente ha tutte le carte in regola per diventare uno dei nomi più interessanti degli anni a venire... sperando che non si perda per la strada (opinione ovviamente personalissima) come, tanto per fare un nome, un certo Fincher....



Noisex

... e se invece di andare in analisi ci confidassimo con uno sconosciuto?

Confidenze troppo intime



Ispirandosi dichiaratamente alle atmosfere noir ed allo stile di narrazione alla Hitchcock, Patrice Leconte, dopo L’uomo del treno, torna a trattare il tema dello scambio.
Una donna sbaglia porta, ed invece di entrare nello studio di uno psichiatra si ritrova a colloquio con un consulente fiscale. Ignara di tutto, gli racconta dei suoi problemi personali. L’uomo, che sulle prime sembra non aver capito l’errore, non riesce a chiarire l’equivoco e la asseconda…



Questa semplice premessa serve a Leconte per mettere di fronte due personaggi agli antipodi: Anna (Sandrine Bonnaire), giovane donna attraente e schiacciata da una situazione coniugale problematica, e William (Fabrice Luchini), un professionista ingrigito dalla vita e reduce da un matrimonio fallito. Il rapporto di coppia è infatti tema centrale nella pellicola, che ce ne presenta tipologie affatto rassicuranti: divorziati con ritorni di fiamma estemporanei, conviventi male assortiti, mariti che ossessionano mogli.
Anche la coppia de facto dei protagonisti, pur provando evidente attrazione, non riesce a sviluppare il desiderio se non attraverso lo scambio di confidenze “troppo intime”.



Quando la routine di William viene bruscamente stravolta dall’entrata in scena di Anna, l’uomo si rende conto poco a poco dell’insoddisfazione che cova dentro, dei piccoli dettagli che lo rendono tranquillo ma poco felice. La monotonia del lavoro, l’impeccabile nodo della cravatta, la rassicurante presenza dei giocattoli d’infanzia, la segretaria premurosa, sono ancore a cui si aggrappa per rendersi conto che tutto sta andando come deve andare. Il venire meno della centralità di questi elementi nella sua vita si concretizza con un rinnovato entusiasmo, che nel film viene sottolineato da un irresistibile e liberatorio balletto sulle note di In the Midnight Hour.
Anna, da parte sua, sembra provare piacere nell’essere ascoltata e nello scardinare con semplici parole i meccanismi che regolano l’universo fin troppo preciso della persona che le sta di fronte.
William infatti, di fronte a certi argomenti che la donna espone con apparente semplicità, si trova disorientato e quasi spaventato, fino ad essere paradossalmente lui stesso quello che si ritrova a chiedere consiglio allo psichiatra della porta accanto (Michel Duchaussoy).
Quest’ultima è una figura che Leconte tratta con ben poca benevolenza, tratteggiandola come venale e sostanzialmente inutile (e gli mette in bocca dei versi di Baudelaire, ci sarà un film francese dove non viene citato da qualcuno?).
La situazione si complica poi con l’entrata in scena del marito di Anna, convinto dell’esistenza di una relazione ben più che platonica tra la donna e William…



Il film presenta una interessante modalità di messa in scena che sfrutta abilmente la messa a fuoco per disorientare o per spostare abilmente l’attenzione dello spettatore su singoli aspetti. A volte i personaggi sono macchie di colore, i volti sono confusi, gli ambienti indistinguibili. Le stanze, i corridoi, i (rari) esterni potrebbero essere ovunque, la storia quella di molti altri.
Citazioni da Hitchcock (evidente La finestra sul cortile) e Polanski si uniscono ad uno stile di narrazione semplice e diretto, con dialoghi misurati e mai sopra le righe; le performance degli attori sono ottime, a partire da Luchini (aderentissimo al personaggio) e la Bonnaire, che se la cava bene con una figura di donna già sfruttata molte volte dal cinema. La pellicola nel complesso è un buon passatempo per chi apprezza i film di sottile fascino e intelligente intrattenimento, pur non essendo esente da lievi screziature che Leconte si porta spesso dietro (contrappunti comici abusati, sottolineature didascaliche, finale poco soddisfacente).



Ultimo appunto sulla distribuzione: pur essendo ben più meritevole di molte altre pellicole in giro di questi tempi, in tutta la Toscana circola solo UNA copia del film… tanto per dire.


Touch
 
04 Gennaio 2005

Dove porta l'amore?

CLOSER
Tutti insieme appassionatamente?




Closer non è un film per tutti, questo è bene chiarirlo.
Senza voler fare discriminazioni, credo che agli occhi di molte persone possa risultare irreale, scabroso, volgare.
Sicuramente una persona come mia madre penserebbe che queste cose accadono solo nella mente di uno sceneggiatore perverso, e si scandalizzerebbe di fronte ad una interpretazione di un film del genere da parte della "Cenerentola di Hollywood".
Ovviamente se continua la saga dei trailers ingannevoli (da ricordare tra gli ultimi il clamoroso errore dei distributori di Se mi lasci ti cancello) si rischia di invitare il pubblico sbagliato a vedere un certo tipo di film, con le conseguenti critiche fuori luogo.
Premesso ciò, addentriamoci nella pellicola.




Diretto da Mike Nichols in una nebbiosa Londra, presenta un intreccio dei più banali, quasi inesistente: due coppie, o meglio quattro persone, coinvolte in incontri casuali che danno vita ad una serie di pretesti per parlare, urlare, sussurrare d’amore, tradimenti, sesso e verità.
Tratto da una pièce teatrale di Patrick Marber, ne porta infatti tutto il peso, e i dialoghi, così come la mimica degli attori sono l’essenza del film.
Dan/Jude Law, aspirante scrittore momentaneamente relegato ai necrologi locali, assiste ad un incidente stradale in cui viene coinvolta Alice/Natalie Portman, americana turista fai-da-te, e trova nel soccorrerla l’espediente per iniziare una relazione con lei. Tre anni dopo, Dan incontra per un servizio fotografico Anna/Julia Roberts, che diventa la sua ossessione al punto da fingersi lei in una chat erotica e abbindolare un malcapitato per un appuntamento. Dall’altro capo del monitor c'è Larry/Clive Owen, negligente dottore e sanguigno amante, che ad aspettarlo trova, caso strano (esagerato?) la vera Anna.
Diciamolo, questo è forse il momento più fiabesco, quindi stridente rispetto al resto, di tutto il film, che invece vorrebbe essere una fotografia amara e cinica della generazione dei "trentenni incasinati".





Da qui le coppie si formano e si sfaldano, in una quadriglia in cui non si capisce bene chi ama chi.
Il tradimento, fisico o solo mentale, voluto o fortuito, è il punto di inizio di ogni riflessione sul rapporto di coppia e sul confronto con se stessi, i propri fallimenti e successi nel lavoro e nella vita. Non stupisce che gli scambi tra le coppie avvengano in occasione di eventi importanti nella vita di ognuno, come l’uscita del libro di Dan, la mostra fotografica di Anna, la conquista dello studio privato del dottor Larry. L’unica che sembra esimersi da tutto ciò è Alice, che incarna l’angelo disarmante bisognoso di cure e d’affetto, costretta a tornare al lavoro di spogliarellista e che invece ci riserva una sorpresa finale che ne rivela la forza derivante dall’amare, semplicemente.
Non è facile seguire i continui salti temporali, ma credo che siano un buon trucco per dare un respiro più ampio al film; un arco di tempo di cinque o sei anni trasmette la sensazione di una vera e propria crescita dei personaggi che non solo si portano dietro le vicende che noi vediamo, ma che implicitamente sappiamo anche arricchiti da tutto ciò che può accadere nella vita di tutti i giorni.
Una Julia Roberts indurita da un matrimonio fallito, oramai non proprio nel fiore degli anni, è una donna in carriera combattuta tra la freschezza di un amante giovane e dolce e la paura di ammettere che il suo secondo matrimonio sia un secondo errore.
Jude Law, che sicuramente sarebbe il personaggio preferito dagli psicanalisti, passa da un senso di colpa per essere troppo amato a uno stato di inadeguatezza per non essersi realizzato come scrittore, con il risultato di essere scaricato da entrambe le donne che (forse) è riuscito ad amare.
Clive Owen, questo sconosciuto, è il personaggio che a mio parere risulta più antipatico nonché più volgare, più violento, più arrogante e per questo, come tutti i cattivi, il più bravo. Determinato dall’inizio alla fine, sconta solo il fatto di essere anche il più tonto da non accorgersi che nel letto accanto a lui dorme un pezzo di ghiaccio.
Natalie Portman ha sicuramente il ruolo più importante: il suo è un misto di dolcezza e sensualità che stupisce nel corso del film proprio perché nulla farebbe presagire le sue svolte inaspettate. Alice (Alice?) è pronta a tutto per difendere il suo amore, anche a rinunciarci.





Forse la domanda da porsi è se l’amore fa girare il mondo, come ci hanno insegnato da piccoli, o se piuttosto le persone non siano mosse da un istinto inevitabile, passionale e anche distruttivo, nella ricerca della verità dei sentimenti. Sono veri i sentimenti palesati in un rapporto stabile, basato sulla comprensione, sull’affetto e sulla consapevolezza dell’essere necessario all’altro o piuttosto, sbarazzati di molte ipocrisie, la sincerità sta nello scatto di rabbia, magistrale, di Owen, nel bisogno quasi fisico di sapere tutto, ai limiti dell’indecenza, sugli orgasmi avuti da Anna con Dan? Oppure la verità sta anche nel mentire ciò che può far male?
Questo film non è un capolavoro, ma alla fine si esce dalla sala in silenzio, esaltati dalla potenza delle sole parole, che offrono troppi spunti… Ma ho sentito dire che anche Christmas in love è un film che fa riflettere, quindi non mi resta che appellarmi al buon senso di chi legge.
La canzone che torna continuamente è The blower’s daughter di Damien Rice, perfetta da ascoltare in loop nelle uggiose giornate londinesi…
Ah, e un ultimo appunto su Natalie Portman: la sua bellezza nelle scene al night club ha qualcosa che sfiora la perfezione.




Wickedcub
 
23 Dicembre 2004

Have a BAD Christmas (or a Christmas in bed)

BABBO BASTARDO: "Dovrei andare a vederlo?"

Una premessa è d’obbligo. Ero piuttosto inquietata nel dover guardare questo film, in primo luogo perché avevo il sentore che fosse il classico film anti–festività, di quelli fatti per essere contro per forza. Mi hanno convinto i fratelli Coen alla produzione e l’idea di scrivere la recensione subito dopo, giusto come valvola di sfogo.


La trama alcolizzata e grassoccia:

Willie (Billy Bob Thornton) e Marcus (Tony Cox) sono Babbo Natale e il suo elfo. La notte della vigilia svaligiano le casseforti dei centri commerciali in cui lavorano. Il primo è un alcolizzato sboccato con un’infanzia infelice e violenta, il secondo è un nano di colore con una moglie viziata “di” voce stridula. Dopo un’estate movimentata i due si dirigono a Phoenix, dove i bambini hanno bisogno di un nuovo Babbo Natale.
Proprio in questa città avverrà la svolta nella vita di Willie: incontrerà Sue (Lauren Graham) una barista esuberante con la passione per i finti babbi natali e un ragazzino di otto anni (Brett Kelly) continuamente bersagliato dai teppisti di turno a causa del suo peso spropositato, ma di una dolcezza infinita. Tutto è coronato da una nonna ossessionata dai panini, un avido sorvegliante, fiumi di alcool e parole degne di scaricatori di porto in sciopero…





Tutto questo è:
Sostanzialmente gradevole, l’idea sembra un misto fra "Elf" e la visione del “Santa rampage” di Palahniuk. I dialoghi sono piuttosto ritmati e non noiosi, la storia resta lineare quasi fino alla fine, quando si scopre il solito risvolto sentimentale in cui il bambino in difficoltà incontra un uomo problematico e si aiutano a vicenda, sapendo scoprire le parti di sé che fino a quel momento erano rimaste nascoste. Il ragazzino (è chiamato con pseudonimi multipli, mai con il suo vero nome) riesce finalmente a difendersi dai soprusi dei bulletti di periferia e il protagonista scopre il lato più sensibile del suo carattere, affogato per anni nell’alcool e nel sesso occasionale. Proprio per questi due ultimi motivi capisco perché il film sia stato vietato ai minori, in effetti, entrambi gli elementi sono più che dominanti e preponderanti, sicché si tramuta in un film assolutamente poco adatto ai bambini.
Si ride tanto ma non si rovina giù dalle poltroncine, l’ironia dell’elfo/nano è più sottile e divertente, cosa già vista e apprezzata nel trascorso film del regista Terry Zwigoff (Ghost World, per chi se lo ricorda).
Le immagini hanno molto più spazio e risalto rispetto alle battute in sé, l’intermittenza dei momenti commoventi e quelli ilari è piacevole e mai fuoriluogo.
Ottima scelta per quanto riguarda gli attori: un Thornton apprezzabile e calzante, perfettamente fuso con il personaggio e un credibilissimo e “postumo” John Ritter nei panni del direttore del centro commerciale un po’ bacchettone e impacciato.




Tutto questo poteva essere:
Meno ribattente. Il Babbo di turno è quasi troppo irascibile e fantasioso nelle risposte per sembrare vero, ogni tanto manca di credibilità e annoia un pochino a lungo andare.
Accoppiata strana fra gli sceneggiatori di "Cats&Dogs" (Ficarra&Requa) e i fratelli Coen alla produzione, per non parlare di Bob Weinstein che ha collaborato in Fahrenheit 9/11, unione di menti strana e quasi un tantino sprecata.
Una nota negativa va data anche ai cliché abusati, che non sono molti, il che sta a significare che l’inventiva c’era, bastava usarla un po’ di più e adagiarsi di meno sulle battute già sentite e sui paragoni già utilizzati... ma dopotutto è un film di Natale e in qualcosa doveva pur riprendere i classici del genere.




Come si nota, pochi sono i contro rispetto ai pro, risulta strano anche a me dato che solitamente il genere mi indispone un attimo, eppure l’ho trovato piacevole e ben strutturato. Concordo con chi sostiene che non è un film per chi odia il Natale, è semplicemente un modo innovativo e assolutamente ben fatto di stravolgere l’idea che si ha, normalmente, di un buonismo collettivo un po’ indotto a forza e, molte volte, nemmeno desiderato.
La domanda era “Dovrei andare a vederlo (perché non son proprio sicuro)?”
La risposta è sì, vi stupirà.

Ava G.
 
12 Dicembre 2004

E' un caso? O siamo in un universo parallelo?

DONNIE DARKO: da zero a mito



Il 2 ottobre 1988 è un giorno un po’ speciale per Donnie.
Solita cena in famiglia, solita famiglia borghese, solita cittadina di provincia di quell’America anni 80.
In apparenza tutto normale. Niente di più sbagliato.
Di lì a qualche ora il motore di un Boeing precipiterà, letteralmente “caduto dal cielo” sulla sua camera e Donnie, salvo per caso, comincerà a guardare la sua vita da un diverso punto di vista. Con l’ausilio di qualche scatola di psicofarmaci e un amico immaginario travestito da coniglio.



Torbido, ambiguo, stupefacente, un “cult”…è in questi termini che chi ha avuto modo di vedere Donnie Darko, parla del film. Opera prima dell’appena trentenne Richard Kelly, è in realtà uscito 3 anni fa nelle sale americane, in quel tristemente noto settembre del 2001. E forse per il brutto clima che si respirava al suo debutto, forse per la totale assenza di marketing (causa ben immaginabili incomprensioni sul buget tra regista e produttori) la pellicola venne presto ritirata dalle sale. Ma grazie al passaparola tra i cultori di Donnie Darko di tutto il mondo, su internet, il film ha vissuto una rinascita.
Grazie all’esclusivo supporto dei fan, e all’attenzione di qualche festival cinematografico (niente mega-produzioni pubblicitarie quindi) il film ha avuto una seconda possibilità, come successe per le “Guerre Stellari” di George Lucas. Il che significa anche una grande occasione per gli spettatori europei di poter ammirare qualcosa che non passava sul grande schermo da un bel po’.



Difficile etichettarlo, darne una definizione, perché racchiude in sé infinite tematiche (i disagi adolescenziali, la fantascienza, l’esoterismo, la critica alla società , gli intrecci di dimensioni temporali, la ribellione e la violenza) come infinite sono le citazioni, indizi della forte passione per l’arte filmica del regista (“It” di Stephen King, “Ritorno al futuro”, "L’esercito delle dodici scimmie”di Terry Gilliam,ecc). Questo “ibrido” di citazioni e filoni apre le porte a innumerevoli interpretazioni ma soprattutto riesce a muovere qualcosa dentro gli spettatori, fa sorgere domande, mette alla prova le nostre certezze, ci fa arrabbiare. Ci fa anche scervellare sì, perché grazie alla sua trama intricata, la visione del film si trasforma in una caccia al dettaglio, alla ricerca di nuovi indizi che contribuiscano all’interpretazione. Piccoli particolari che finiscono per mostrarci quelle realtà con cui continuiamo a convivere anche 20 anni dopo: il materialismo, il consumismo, e in particolare l’ipocrisia, conservatrice e bigotta che rimane una delle tante sfaccettature dell’America di oggi.



Come afferma il produttore esecutivo Casey La Scala: «Donnie Darko riflette quel mondo, un mondo in cui ognuno deve difendersi da solo perché i genitori non lo faranno. Bisogna capire in cosa si crede e come resistere alle pressioni della società, nonché come seguire da soli i propri sogni. Questo è il mondo di Donnie Darko». Anni 80, psicofarmaci, conigli giganti, santoni, varchi spazio-temporali, questo è il mondo di Donnie Darko.

Q. Janis


< In my humble opinion >

Donnie Darko resta un oggetto strano. Da qualunque punto di vista lo si voglia affrontare, riserva comunque delle sorprese. Certo, è ben lungi dall'essere il capolavoro che il battage pubblicitario (questa volta sì) promette, ma dimostra che c'è un cinema indipendente americano che può fuggire dalle solite convenzioni e rivaleggiare con le grandi e spesso vuote produzioni mainstream. Le cose da apprezzare maggiormente sono in primo luogo la colonna sonora (Echo and the Bunnymen, Joy Division, e Duran-Duran prima della attuale resurrezione) e l'accortezza della costruzione di un'atmosfera ben precisa e tangibile della cittadina di provincia, tanto cara al cinema fanta-horror. Ci sono inevitabilmente alcune lungaggini e necessarie 'tasse' da pagare come la presenza un po' troppo retorica del personaggio di Drew Barrymore (non a caso produttrice del film), ma nel complesso l'amalgama dei personaggi è buona, anche grazie ad alcune figure ben riuscite (il predicatore di Swayze, l'invasata insegnante di educazione fisica). Il resto, come si dice, è storia: la vicenda coinvolge, fa ridere, incuriosisce e sorprende. Gli spettatori hanno gradito e sembra che per una volta anche i film 'di nicchia' possano conquistare una loro fetta di pubblico mondiale. Ma sarà così anche in futuro? O Donnie rimarrà un fortunato caso isolato? Non ci resta che aspettare...

Touch
 
06 Dicembre 2004

Visto si scriva

GLI INCREDIBILI

Dopo un paio di anni di attesa (il trailer circolava già da un pezzo facendo venire l’acquolina in bocca a tutti), finalmente è arrivato nelle sale il nuovo film della Pixar.
Dopo aver visto e subìto film di supereroi in tutte le salse (ed altri devono ancora arrivare!), riusciranno questi ragazzacci a dire qualcosa di nuovo ed originale su questa categoria ormai abusata dal grande schermo?
Dire che ci si aspettava molto è scontato, visto il tema trattato e l’elevata qualità realizzativa che da sempre contraddistingue le produzioni di questo studio, e forse le esagerate aspettative della vigilia sono state in parte disattese… ma andiamo con ordine.



LA STORIA
Bob Parr è un supereroe. Con il nome di Mister Incredibile combatte il crimine senza sosta, coadiuvato dalla sua superforza e da congegni tecnologici sofisticati. Ma combattere il crimine è molto difficile, specialmente se si cerca di evitare di lasciare la scia del proprio operato. Le battaglie con i supercattivi causano infatti spesso ingenti danni a strutture e beni pubblici, quando non direttamente a persone… Ed a scucire i soldi per i risarcimenti deve pensare poi il governo.
Un infelice giorno (lo stesso del suo matrimonio!), Mr. Incredibile vede la sua carriera andare in pezzi: a causa di un paio di sfortunate coincidenze verrà trascinato in tribunale dalle vittime di questi ‘danni collaterali’, e l’opinione pubblica, non più così convinta dell’utilità dei loro ex-beniamini, costringerà il governo a liberarsi del pesante fardello dei supereroi.
Così, grazie ad un programma di “inserimento in società”, i paladini della giustizia dovranno iniziare un’altra carriera, quella di ordinari cittadini…
Passano quindici anni, Bob e la sua signora (che un tempo era Elastigirl) hanno tre figli ed un preciso ruolo nella società, lui impiegato in una ditta di assicurazioni, lei premurosa casalinga. I pargoli rispondono al nome di Violetta (che può diventare invisibile e generare campi di forza), Flash (dotato di supervelocità) e Jack Jack (un bebè apparentemente senza nessun potere).
Ognuno di loro è costretto a lottare contro la propria natura, ma il più insofferente pare proprio essere Bob, che rimpiange i ‘vecchi tempi’ e passa le sere libere ad intercettare le radio della polizia per intervenire segretamente.
Licenziato dal lavoro per un “leggero” diverbio con il capo, Bob si vedrà contattare da una misteriosa ragazza che sembra sapere molto di lui, e che gli propone di tornare a vestire i vecchi panni dietro lauto compenso per conto di un misterioso committente…



Prima dei SUPEREROI…Il cortometraggio che come di consueto ci viene proposto prima del film è veramente inutile. Paragonarlo ai piccoli gioielli precedenti sarebbe un’eresia, e questo fa scattare il primo campanello d’allarme. Che senso ha continuare una tradizione se non si hanno buone idee per sostenerla? Tanto più che il film dura due ore, e non ha certo bisogno di un ‘riscaldamento’…

Supereroi (sontuosa suite orchestrale)
Il film parte benissimo, con un prologo divertente e coinvolgente. Fin da subito si nota l’estrema qualità visiva della pellicola, che rimane sempre in ogni suo aspetto sulla soglia dell’eccellenza: ambienti, oggetti, ombre e luci sono sempre lo stato dell’arte, per non parlare dei personaggi, veri e propri attori, con una mimica ed una espressività irraggiungibile per qualunque persona in carne ed ossa. Esteticamente la pellicola è inattaccabile e batte qualsiasi altro concorrente in computer grafica per accuratezza e sapienza della costruzione: non c’è mai un elemento fuori posto, una sbavatura, un movimento stonato, un raccordo ‘forzato’.
I personaggi sono rappresentati un maniera caricaturale, si va da Mr. Incredibile con mascella che ricorda quella dei vari Superman e Batman delle origini, alle donne che hanno gambe filiformi e girovita inesistente (ma anche fianchi un po’ larghi, vero Elastigirl?), fino ad arrivare a bizzarie come il capoufficio di Bob ed Edna Mode, due nanetti realizzati strepitosamente.
Le caratterizzazioni vocali della versione italiana sono buone, al di là di Laura Morante – Elastigirl con la sua ‘s’ strascicata e un po’ fastidiosa. Clamorosa l’adesione della voce di Amanda Lear al personaggio di Edna, che suscita ilarità ogni volta che apre bocca.
Tutta la prima ora della pellicola è un sapiente ritratto della condizione del supereroe calato nella quotidianità: ancora più che in Spiderman 2, dove il protagonista è un adolescente, si assiste ad una condizione di vita grigia e ripetitiva, ancorché ‘allietata’ dalla routine della famiglia, che genera frustrazione e senso di impotenza nel ‘diverso’ che deve adattarsi ai ritmi dell’uomo comune. Non mancano citazioni, soluzioni narrative e visuali originali ed interessanti, unite a linee di dialogo divertenti e ben congegnate. Purtroppo queste buone premesse collassato parzialmente nel secondo tempo…



Superproblemi (alcune note stonate)
... quando il tono della pellicola passa ad essere più semplicemente lineare e d’azione. Intendiamoci, il film rimane godibilissimo e divertente, ma cade nella trappola del ‘prendersi sul serio’ che prima era riuscito ad evitare e soprattutto a parodiare. Anche se la figura di Sindrome, il malvagio antagonista, non risulta pretestuosa, rimane in fondo un po’ banale e cosa più grave contraddice alcune delle buone soluzioni di sceneggiatura precedenti. Un esempio su tutti: prima si prende in giro lo stereotipo del cattivo che perde tempo a fare monologhi di fronte all’eroe in trappola invece di annientarlo, e poi lo si utilizza per ben due volte!
Questo si somma ad alcune sviste e sfilacciamenti di sceneggiatura, che anche se non inficiano il ritmo ed il valore generale dell’opera, ne ridimensionano un po’ il giudizio dello spettatore smaliziato. I bambini, invece, non potranno che esaltarsi e gioire di fronte alla messa in scena delle sequenze d’azione, veramente impressionanti e mozzafiato! Le più belle sono certamente quelle che si svolgono sull’isola tropicale (quando tutta la famiglia e all’opera), che riescono a frullare al loro interno decine di anni di cinema, da James Bond a Guerre Stellari.
Ed a proposito dell’agente 007, è giusto sottolineare la colonna sonora di Michael Giacchino, che se la cava bene, nonostante tutte le tracce suonino appunto molto ‘bondiane’ più che cercare la soluzione originale che dia una identità precisa alla pellicola.

The Glory Days
Il regista e sceneggiatore Brad Bird, già autore de “Il gigante di ferro” e per molto tempo nello staff dei realizzatori dei Simpson, è riuscito a creare un’opera divertente e leggibile a più livelli, il cui problema è non riuscire a portare fino in fondo gli ottimi presupposti creati. Forse il problema sta proprio nel soggetto "umano" piuttosto che la creazione di mondi fantastici, siano essi di giocattoli o animali. Comunque sia, lunga vita alla Pixar!

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