12 Marzo 2005

What's it all about?

ALFIE
Ben poco, a quanto pare



Remake americano (ma va?) della vicenda già portata sullo schermo da Lewis Gilbert con Michael Caine predatore nella Swinging London, ci rende partecipi delle vicissitudini di Alfie, il classico seduttore.
Quello che, cinematograficamente parlando, abbiamo imparato a conoscere da decine di film imperniati sulla figura di bellimbusti stilosi e narcisi, frivoli, superficiali ed anche un po' banalotti che alla fine vengono puniti per la loro superbia e vacuità.
Credete che questa pellicola riesca a dire qualcosa di nuovo?
Che riesca a dirlo in un modo originale?
La risposta è no ad entrambe le domande.
Di derivazione teatrale (e si sente), dove gli a-parte vengono sostituiti da ruffiani sguardi in macchina e frasette complici allo spettatore, il film di Shyer non solo ci mette di fronte al classico schema del ribaltamento senza aggiungere niente di personale, ma lo fa pure in modo così didascalico e pesante da rendere veramente ardua l'impresa di arrivare fino in fondo alla visione.
Non c'è niente di peggio della prevedibilità - ed allora perchè devo sorbirmi un'ora di film dove accade esattamente tutto ciò che ci si aspetta? La prima parte articolata e scanzonata lascia ben sperare, ma tutte le buone premesse cadono nella fretta di una logica del contrappasso francamente risaputa.



In fondo Alfie fa solo quello che gli riesce meglio: soddisfare il proprio ego. E proprio lui che non dimostra sentimenti alla fine ne rimane inevitabilmente vittima, rendendosi conto che è troppo tardi. Ma davvero servirà a cambiarlo? O sarà solo una sfortunata sequenza di eventi passeggera? Il suo monologhino finale, così trito e consolatorio ("Se non hai la pace dell'anima non hai niente") cosa dovrebbe portarci a pensare?
Personaggio che ha ben poche attrattive al di là dell'aspetto (che - come ricorda la zia - non è tutto) Alfie non ha niente da insegnare con le parole con le quali ci inonda, ma piuttosto con le azioni. E' un tipo che misura la sua felicità dal livello di noncuranza con cui si rovina la scarpe di Prada, che pensa alla morte solo quando la sfiora da vicino, che rifiuta le emozioni ma adora i bambini, che crede di risolvere i problemi del suo migliore amico scopandogli la ragazza, che butta all'aria un rapporto appena intravede i difetti della partner e le difficoltà della convivenza quotidiana, che se deve darti un consiglio ti dice che per riconquistare una donna ci vogliono fiori, cioccolatini e poesie.
Ma poi con aria da cagnetto bastonato si lamenta che appena mostra il fianco, le donne lo abbattono.
Che dite, vale la pena di provare un po' di pietà?



Jude Law, col suo sorriso tanto irresistibile quanto insopportabile, sostiene bene la parte del protagonista, sorretto da un reparto femminile incantevole, comprendente Marisa Tomei, Jane Krakowski, Nia Long, Sienna Miller e Susan Sarandon.
Ognuna di loro rappresenta una tipologia diversa di donna, nell'ordine: la dolce e sensibile mammina da sfruttare come rifugio semi-stabile, l'avventura che perde gusto dopo un paio di volte, l'errore che fa malissimo, la ragazza ideale con cui metter su una storia tanto per non passare da solo le feste, la matura mangiatrice di uomini (e c'è da dire che la Sarandon i suoi anni li porta decisamente benone).
In un film tanto incentrato sul suo narciso protagonista, è ovvio che le altre figure maschili non abbiano rilevanza e si riducano a livello di macchiette o quasi; unica eccezione il personaggio di Omar Epps, poco sviluppato ma incisivo, che rappresenta l'anti-Alfie per eccellenza, disposto per amore al sacrificio.



E allora, in fondo, "cos'è che andiamo cercando"?
La rassicurante morale che la felicità non si trova saltando di letto in letto?
La giusta punizione per chi gioca col cuore della gente?
Un monito su come prendersi le proprie responsabilità e pensare alle conseguenze?
Beh, qualunque cosa sia, sicuramente funzionava meglio nel 1966 (data dell'uscita della pellicola originale) che non oggi. Non dubito che a qualcuno possa anche servire questa lezioncina di vita, ma di certo non si può perdonare ad un film stilisticamente confezionato in maniera ottima di essere tanto povero di idee e di coraggio nel proporre almeno un'ottica meno scontata.
Proprio come nella descrizione del rapporto di Alfie con Nikki, dove i momenti felici sono immortalati in istantanee che sembrano un servizio fotografico da rivista patinata, l'impressione è di una vitalità inerte e destinata a rimanere niente più che un insieme di belle immagini.



Touch
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